sabato , 25 ottobre 2014

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La crossmedialità è un sistema complesso

“Gli elementi del villaggio crossmediale sono anche linguaggio, contesto, strumenti e ambiente. Il linguaggio può essere squisitamente contaminato. Il messaggio parte da un “Grand Master”, che sia una sola splendida foto, oppure una magnifica produzione in HD, 16/9, 3D. Poi attraversa anche trenta, quaranta, media diversi, arricchendosi, intersecandosi, potenziandosi.”

E’ così che Edoardo Fleishner, docente di Scrittura crossmediale e di Comunicazione digitale, facoltà di Sociologia dell’università Statale di Milano, descriveva poco tempo fa l’ecosistema mediale del XXI secolo.

Un ambiente interconnesso e strutturalmente multipiattaforma, dove i messaggi e la comunicazione si declina attraverso la vasta gamma di strumenti di fruizione a disposizione degli utenti. In un sistema del genere, lo abbiamo detto più volte anche su questo blog, è fondamentale che i messaggi che si intrecciano ed arricchiscono attraverso la convergenza tra diverse piattaforme siano armonici tra loro, indipendenti nelle modalità di fruizione- I linguaggi usati si arricchiscono l’un l’altro attraverso fruizioni multiple. La complementarietà e la convergenza delle diverse piattaforme favoriscono e aumentano il concetto di ipertesto che, a questo punto della storia dei media, ha funzione di collegamento non solo tra diversi contenuti e pagine ma anche diversi strumenti. Una sorta di internet degli oggetti le cui connessioni non sono più link testuali o visivi ma significati stessi che si dipanano nell’ecosistema mediale attraverso significanti diversificati e resi “ottimali” per essere ricevuti attraverso diverse piattaforme.

Il mercato dei “contenuti”, inteso in senso molto lato, ha iniziato a fronteggiare questi cambiamenti tecnologico-sociali rivoluzionari già da qualche anno. I primi a buttarsi nel mondo della crossmedialità sono stati i pubblicitari e l’industria del cinema e degli audiovisivi. Forse, anche grazie, agli ampi budget questi due rami dell’industria della comunicazione sono riusciti a mettere a punto dei sistemi e degli standard crossmediali abbastanza rodati e con sicuri risultati non solo di immagine e fidelizzazione del cliente ma anche economici.

Dopo è toccato ai giornali e al mondo dell’informazione classica dover affrontare la rivoluzione digitale multipiattaforma. Qui i tempi sembrano essere più lunghi. La maggior parte dei gruppi editoriali ha capito l’importanza del web nel campo dell’informazione. Chi più chi meno, un po’ tutti stanno cercando di rinnovare il proprio atteggiamento editoriale che fino a poco tempo fa discrivinava le redazioni web e la comunicazione 2.0 con i propri lettori. Mentre questo processo un po’ macchinoso (ma in fase di consolidamento) diventa irreversibile, sull’orizzione del giornalismo iniziano a fare capolino concretamente le tavolette (i tablet) e gli smartphone che introducono due nuovi fattori fondamentali che segneranno lo sviluppo del settore nei prossimi anni: il primo riguarda i clienti/lettori, connessi in mobilità attraverso cellulari di ultima generazione e tablet di ogni genere, il secondo riguarda gli infomaker, i giornalisti e le redazioni, ed è il cosiddetto mobilejournalism dalle potenzialità tutte da sperimentare.

Gli ultimi, in ordine di tempo, a fare i conti con la rivoluzione digitale multicanale sono gli editori più classici, quelli che producono libri. Il mercato digitale dei prodotti editoriali, e-commerce a parte, in Italia è diventato attivo solo dal 2010 e nei suoi primi due anni di esistenza ha sconvolto tutto il settore che attualmente è, forse, troppo in crisi per capire che la stessa rivoluzione che l’ha messo in questa condizione può diventare lo strumento per risollevarlo in maniera stabile. Per adesso si assiste in larga parte alla riproposizione in formati elettronici di contenuti adatti alla carta. Gli editori, a parte qualche eccezione, sono ancora sull’uscio di questo binario dell’innovazione che è l’editoria crossmediale, quella in cui molti media convergono verso un unico messaggio declinandolo ognuno sulla base del proprio linguaggio ma in maniera complementare. L’industria di settore ha appena iniziato a discutere su come fare per costruire delle fondamenta solide nel nuovo terreno, potenzialmente sterminato, spianato dalla rivoluzione digitale.

Nel futuro prossimo, possiamo starne certi, assisteremo all’introduzione di nuovi progetti, nuove modalità di fare editoria e nuove soluzioni per la realizzazione e la diffusione di contenuti sulle piattaforme digitali. La vera sfida sarà fare in modo che tutte queste novità mettano radici dimostrando di essere economicamente sostenibili.

Sarà necessario un “gran remix di esperienze” di molteplici settori del mondo della comunicazione e dell’ICT. A tal proposito ti segnalo questo lungimirante articolo del 2009 di Luca Rosati e Andrea Resmini, per Apogeo, dal titolo “La crossmedialità e il remix delle esperienze” in cui si individuano 7 tendenze generali che tutti i produttori di contenuti in formato digitale dovrebbero seguire e che tutt’oggi sono più che valide. Te le elenco sinteticamente:

1. Le architetture informative divengono ecosistemi.

2. Gli utenti divengono intermediari

3. Le architetture statiche sono rimpiazzate da architetture dinamiche

4. Queste architetture dinamiche sono architetture ibride

5. In queste architetture, la dimensione orizzontale prevale su quella verticale

6. Il design di artefatti evolve verso il design di processi

7. Tali processi definiscono user experience cross-mediali

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