La sostenibilità economica dell’informazione partecipativa: il modello Forbes.com

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Scrive Vittorio Veltroni su Prima Comunicazione di luglio/agosto 2012 che il necessario ruolo dell’informazione nelle società non è più a solo appannaggio dei produttori di notizie tradizionali ma anche, e soprattutto, di coloro che le notizie le distribuiscono: Google, Facebook, Apple, Amazon. Il ritorno economico che deriva dalla produzione di informazioni non entra più nelle tasche dei giornali ma di chi quelle notizie le distribuisce viralmente nel web, le aggrega e le gerarchizza secondo criteri ben definiti ma molto “soggettivi”.

In questa situazione è da analizzare l’esperienza del sito internet della rivista americana Forbes.

Forbes.com, infatti, è una sintesi e una traccia di quello che potrà essere uno dei modelli produttivi di informazione dominanti nel prossimo decennio. Il modello è quello, come conclude Veltroni nel suo articolo: “di un editore che rinuncia all’attività produttiva, dove l’atomo contenuto non è più prodotto industriale dell’editore ma frutto dell’artigiano collaboratore che – in autogestione – produce contenuti esclusivamente nel suo campo di interesse, con i limiti della sua professionalità e incentivato dalla sua capacità di affermarsi come brand individuale”.

Scendiamo un po’ più nel dettaglio per comprendere il funzionamento di questo sistema produttivo (ma anche relazionale) che è ottimo per piccole redazioni e che può produrre numeri enormi, almeno questo è il caso del sito della rivista americana. Un post molto interessante che approfondisce il modello Forbes lo trovate su Senzamegafono di Lelio Simi.

La logica che sta alla base del “modello Forbes” è quella dell’incentive-based entrepreneurial journalism (giornalismo imprenditoriale basato su incentivi) e funziona come un blog collettivo volontario, con la differenza che su Forbes.com i collaboratori vengono contrattualizzati e ricevono delle revenue in base al traffico che riescono a generare verso i loro articoli/post. Ognuno di essi è totalmente indipendente dagli altri e dalla piccola redazione che cura l’aggregazione in homepage degli articoli più rilevanti (la gerarchizzazione è praticamente automatica e dipende da diversi fattori: follower dell’autore, link, traffico generato, numero di lettori ecc). L’impegno del collaboratore che vuole riuscire a crearsi un suo seguito, volto anche alla propria promozione personale, deve essere costante e accurato e anche attivo nell’interazione con i lettori.

Gli autori possono infatti dare maggiore visibilità a commenti interessanti favorendo nella visibilità degli articoli che pubblicherà con il suo profilo l’autore di quel commento . Infatti, Forbes.com ha un approccio “social” che mette in relazione e  favorisce la collaborazione promuovendo l’uso di link interni tra contenuti di diversi autori su temi simili e pertinenti.

Anche le aziende possono produrre contenuti per Forbes.com, ma questi vengono segnalati in maniera da distinguerli chiaramente dal resto dei contenuti. A loro volta i profili delle aziende stesse risultano lettori e quindi viene tracciato e reso pubblico anche il loro percorso di lettura di contenuti.

Questo modello sembra funzionare sia dal punto di vista economico che da quello quantitativo. Vengono pubblicati circa 500 nuovi post al giorno.

Il sistema qui brevemente descritto mette in primo piano l’audience dei contenuti e non più il produttore tradizionale che si mescola sullo stesso piano di quello che prima era solo lettore passivo. L’idea di ingaggiare e coinvolgere collaboratori “volontari” non è nuova per buona parte dei giornali in tutto il mondo. Quella che sembra essere davvero una novità rilevante è che mettendo a regime un sistema di produzione partecipata di informazioni si possa trovare la tanto ricercata sostenibilità economica.

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